L’Ultimate Frisbee nasce negli anni 60’ negli Stati Uniti, si è poi diffuso in tutto il mondo fino a diventare uno sport internazionale.
Il Frisbee non è un semplice gioco da spiaggia, è molto di più.
E lasciamo che sia una campionessa internazionale ad aprirci le porte di questo mondo.
Laura Farolfi non nasconde nemmeno per un secondo l’orgoglio che prova nel praticare questo sport.
Mi bastano pochi minuti con lei per far crescere la curiosità sia per quanto riguarda lo sport che pratica sia per quanto riguarda la sua carriera.

Laura cosa rappresenta per te l’Ultimate Frisbee? 
L’ultimate rappresenta un po’ tutta la mia vita, a parte quella strettamente coniugale: lavoro, passione, ambizione, amicizie.Tutto gira intorno all’Ultimate.
Lavoro perché sono collaboratrice del CUS Bologna, e parte del mio incarico prevede la gestione di marketing e comunicazione della sezione Ultimate. Passione, perché è uno sport che assorbe completamente: allenamenti, tappe di campionato e molti tornei internazionali. Ambizione, perché in questo momento storico sia la Federazione che il Club stanno avendo un boom di tesserati, quindi rimanere al top necessita di molto impegno. Avendo superato i 30 anni, devo dare il doppio per rimanere in vetta come atleta, soprattutto a livello internazionale. E amicizie. Alcune tra le mie più care amiche le ho conosciute sul campo. 

Ci descrivi in breve la tua carriera? 
Ho iniziato a giocare nel 2008, dopo aver praticato ginnastica artistica e poi pallavolo.
La mia squadra (Cusb Shout), di cui sono stata prima capitano e nel 2017 anche allenatrice in campo, ha vinto i Campionati Italiani nel 2013, 2014, 2015 e 2017. Ho partecipato ai Mondiali per Club nel 2010 a Praga e nel 2014 a Lecco, agli Europei per Nazioni nel 2011 e 2015 e ai Mondiali per Nazioni nel 2016 (piazzandomi tra le scoreboard leaders del torneo). Adesso ci stiamo preparando al Mondiale per Club di Cincinnati 2018.

Cosa ti piace del giocare? 
Del giocare mi piace la sensazione di libertà e al contempo la sensazione di battaglia, di sfida. Il mettersi alla prova più con sé stessi che contro un avversario. Mi piace lottare, ma soprattutto, ammetto molto candidamente che mi piace la sensazione di godimento che si prova vincendo.

La tua più bella vittoria?
Probabilmente la Semifinale di Champions 2016 contro le inglesi Iceni, la squadra più vincente a livello di Club Europeo. Eravamo sotto di 7 punti e abbiamo recuperato, andando a vincere 15 a 14. L’ultimo punto ha subìto molte interruzioni, dovute a chiamate di fallo delle avversarie, non propriamente corrette. Ma noi abbiamo tenuto a livello psicologico. Ancora ho i brividi ripensando al mio assist finale, rischioso, preso per un soffio dalla mia compagna. Purtroppo la finale l’abbiamo persa di 2, ma nessuna squadra italiana femminile era mai riuscita a vincere un argento alle Finali di Champions.

Qual è stata l’esperienza legata all’Ultimate che ti ha segnato di più?
Sicuramente l’Eurostars Tour di quest’estate. Si tratta di una selezione di 16 giocatrici europee, che ha girato gli Stati Uniti sfidando i principali club americani per aggiudicarsi l’Americus Cup. Gli obiettivi principali del tour sono: promuovere la gender equity, ispirare le giovani giocatrici europee, promuovere lo spirito del gioco e dare alle migliori giocatrici europee la possibilità di giocare partite contro squadre che altrimenti sarebbero impossibili da affrontare. Una novità di pochi giorni fa è l’ufficializzazione del sostegno da parte dell’AUDL al Tour per i prossimi 3 anni. L’AUDL è la Lega professionistica americana di Ultimate, che ha deciso appunto di sostenere l’Eurostars Tour, sia dal punto di vista economico, che logistico che media. Qualora dovessi essere selezionata, avrei la possibilità di essere la prima italiana a fare una esperienza di Ultimate professionistico, chissà!

Quali sono le caratteristiche dell’Ultimate che apprezzi maggiormente?
L’Ultimate è uno sport speciale per l’equilibrio richiesto tra capacità tecniche, competenze tattiche, allenamento fisico e solidità mentale. Inoltre, due sono le caratteristiche che lo rendono unico: le squadre miste e l’autoarbitraggio. Seppure io abbia deciso fin da subito di giocare in una squadra femminile, esiste la categoria mista, nella quale uomini e donne giocano assieme. L’autoarbitraggio invece condiziona enormemente l’approccio al gioco e alla competizione. Il giocatore è sia giocatore che arbitro. Questo comporta uno sforzo considerevole di concentrazione e un rispetto dell’avversario diverso rispetto agli altri sport. 

L’Ultimate oltre ad essere lo sport della correttezza è anche, come d’altronde praticamente tutti gli sport, un’attività che necessita molte energie mentali.
In una carriera sono normalissimi momenti di alti e bassi, nessun giocatore vive costantemente sulla cresta dell’onda, quello che differenzia un semplice giocatore da un campione è proprio, oltre che al talento e all’allenamento, la forza mentale che lo o la contraddistingue.
E Simone Sistici lo sa bene.
Lui, nelle vesti di mental coach ha a che fare costantemente con atleti e sa benissimo quanto possa essere importante arrivare ad ogni allenamento, gara o partita sempre con la giusta carica emotiva e con la giusta concentrazione mentale.

Quanto è importante la componente mentale nello sport che pratichi? 

L’Ultimate è uno sport altamente mentale. Nei 10 secondi che si hanno per lanciare, la freddezza e la visione di gioco sono le caratteristiche che identificano un giocatore solido psicologicamente.
La pressione difensiva, la grinta e la spregiudicatezza sono armi molto potenti che possono fare la differenza.
I giocatori migliori sono quelli che non hanno paura ad essere protagonisti e che non fanno scelte dovute alla fretta.
La caratteristica dell’autoarbitraggio rende la componente psicologica ulteriormente fondamentale. Capita di subire falli percepiti come scorretti e dover comunque essere lucidi al 100% o di dover discutere una chiamata, serenamente si intende, dopo aver giocato per 100 minuti.

Come e perché ti sei avvicinata a Simone Sistici?
Simone mi è stato consigliato da una amica, atleta professionista e dopo essermi un po’ informata ho deciso di contattarlo. Il motivo era un forte stato di tensione prima della partenza per gli USA, anche se poi durante  il percorso insieme abbiamo affrontato anche il mio approccio allo sport, in generale, al lavoro, alla competizione e alla leadership.

In che modo ti è servito il Wave Coaching ovvero il metodo utilizzato da Simone?
Sicuramente ha ridefinito il mio modo di affrontare le sfide, sul campo e fuori dal campo. Ha creato le condizioni perché io potessi affrontare serenamente il percorso negli USA (la mia performance è stata al di sopra delle aspettative) e soprattutto mi ha fatto capire l’importanza di visualizzare sempre la strada più positiva possibile. Inoltre, abbiamo lavorato assieme su quella che può definirsi la “paura di vincere”, smettendo di visualizzare (cosa che facevo troppo spesso) scenari negativi legati alle partite.

Hai visto miglioramenti in campo legati al lavoro che hai iniziato a fare fuori dal campo?
Lo sport è una palestra di vita. Ogni miglioramento avuto in campo (legato all’approccio), ha un risvolto positivo al di fuori dal campo. La visualizzazione di scenari positivi è sicuramente un aspetto che influisce nella mia vita in generale.

Laura è entrata a far parte della famiglia degli atleti Wave ed è bello vedere tanto entusiasmo e tanta energia, caratteristiche che contraddistinguono gli atleti che capiscono che il risultato e la prestazione sono strettamente correlati alla nostra mente ed è bellissimo vedere i miglioramenti che passo dopo passo si possono ottenere.
Auguriamo a Laura ancora tantissime soddisfazioni, sperando che possa affrontare al meglio i mondiali 2018!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: